Storia U.C. Ardor

GIUGNO 1955
Una manciata di ragazzini sta giocando quella che per loro sembra la finale di Coppa dei Campioni. Il Milan di Gunnar Nordahl ha appena vinto il suo quinto titolo dominando in lungo e in largo.
Angelo Borri li fissa da lontano, mentre il sole filtra tra gli ippocastani. Con la mano destra si accarezza i baffi neri. La sua amata Pro Patria, sostenuta con fervore e bandieroni dalle gradinate dello stadio è salva, ma solo per demeriti altrui. Udinese e Catania sono state retrocesse d’ufficio per illecito sportivo. Le tigri di Busto, insieme ai ferraresi della SPAL sono stati ripescati. Angelo però non riesce a essere felice, per lui la retrocessione sul campo resta un dato di fatto, l’unico risultato di una stagione mai realmente disputata con convinzione.
All’improvviso ha un lampo, un colpo di fulmine. Busto ha bisogno di un’altra squadra. Sant’Edoardo è il palcoscenico ideale.
L’Ardor non è ancora nata, ma già si sente il suo odore nell’aria; sarà la squadra di tutti, sarà la squadra per tutti, sarà la squadra di chi ci crede e mai smetterà di farlo.

AGOSTO 1955
Don Valerio Sosio è un uomo “vecchio stampo”, ha il cuore grande e diviso in due, una parte è nera, l’altra è azzurra. Nei suoi occhi si può intravedere il riflesso dell’Arena Civica piena zeppa di persone durante i derby di Milano. Viene da Bollate, dove qualche anno prima è nata una realtà calcistica che ammira e un po’ gli fa invidia. Si chiama Ardor Bollate. “Nomina sunt consequentia rerum” pensa tra sé e sé, mentre valuta l’idea di copiare quell’iniziativa. Ha però come la sensazione che manchi qualcosa. La fede è utile, certo, soprattutto per avere un sostegno in più durante le partite, ma per fare le cose per bene però ci vuole un uomo di esperienza.
Quell’uomo ha un nome e un cognome ben precisi. Don Valerio chiama la perpetua: “Mi porti Angelo Borri qui, per favore. E’ urgente”.

I due uomini si guardano negli occhi. Sono due figure di spicco in città, entrambi condividono la passione per il pallone, per l’educazione dei ragazzini e per Busto, a cui hanno dedicato molte delle loro energie.

–    «Abbiamo un magnifico campo da gioco, erboso e ben livellato…e poi hai visto l’Antoniana? Hanno fatto cose incredibili. Io credo che dovremmo creare anche noi una società»
–    «Sono d’accordo, così potremmo togliere molti ragazzini dalla squadra, farli divertire, educarli ai valori cristiani….e chissà, magari vincere»
–    «La chiameremo ARDOR, come la squadra di Bollate, ma noi di “ardore” ne avremo di più»
–    «Mi piace…»
–    «Ah Angelo, le nostre maglie saranno rosse, con dei bordini neri sulle maniche. È il colore che più si addice alla voglia che i nostri ragazzi avranno»
–    «Perfetto, però abbiamo un problema Don Valerio…»
–    «Quale?»
–    «I nostri ragazzi giocano tutti in attacco…»

INVERNO 1955-1956
All’allenamento che precede la partita della domenica i ragazzi e il mister si sono resi conto di una cosa: fa troppo freddo. Il signor Giulio Pellegatta prende la balla al balzo e decide di fare visita a una nota azienda di maglieria della zona.

–    «Mi servono delle magliette per i miei ragazzi, i ragazzi dell’Ardor»
–    «Oh beh, non c’è problema, però adatta a queste temperature abbiamo solamente una stoffa blu…»
–    «E che sarà mai…così almeno sconfiggeremo anche il freddo oltre agli avversari»

Dopo nemmeno sei mesi l’Ardor cambiava pelle, diventava blu, ma il rosso continuava a vivere, nel fuoco del pallone che spiccava sullo stendardo sociale.

PRIMAVERA 1956
Riccardo Reguzzoni, Roberto Lualdi, Gian battista Girola, Gian Franco Volontè, Aldo Girola, Stefano Giavini, Ermanno Girola, Cesare Giannella, Alfredo Bonfiglio, Italo Brazzelli, Antonio Pellegatta, Italo Andreolli, Francesco Castiglioni, Romano Ceriotti, Cesare Farolli, Giorgio Gallazzi, Piero Luoni, Pier Giorgio Maffioli, Luigi Magugliani, Gian Luigi Reguzzoni. Questa la rosa che inizia e conclude la prima stagione nella Lega Giovanile. L’allenatore Eraldo Bettini ne ha viste di tutte i colori, dalle trasferte in bicicletta, alla partita contro il Magnago in cui furono gli stessi azzurri a pregare gli avversari, che avevano avuto qualche problema a presentarsi, di scendere in campo e disputare la partita, fino ai litigi dove i tesserati minacciavano di strappare i cartellini. Ma la pazienza del presidente Angelo Borri e la grande passione di tutti alla fine hanno permesso di concludere a testa alta con qualche grande soddisfazione, come il 2-0 alla Pro Patria e la prospettiva di iscrivere una seconda squadra nel successivo campionato.

ANNI ‘60
L’Ardor è ormai una realtà solida in città. Le vittorie e i riconoscimenti fioccano e i giovani di quartiere si fanno notare su tutti i campi della provincia. Quei ventidue ragazzi che avevano reso possibile un sogno si erano imposti avevano lasciato un’eredità da tramandare, sotto la guida vigile di Angelo Borri, Don Valerio e chi lo aveva succeduto. Attorno alla squadra si è creato un affetto incredibile e forse nemmeno immaginabile inizialmente: gli abitanti del quartiere organizzano le trasferte con pulmini, striscioni e grida di incitamento.
La stagione ’66-’67 apre un ciclo. L’Ardor partecipa al campionato di 3° categoria. In panchina siede Nello Andreolli, coadiuvato da Giorgio Mutinelli, in campo una selva di giovani affamati che disputano un buon campionato, gettando le basi per il futuro.
La società si è intanto arricchita di una nuova attività: la pallacanestro maschile, che al primo anno di campionato C.S.l. è al 4 posto.
I risultati sportivi iniziano a fioccare e l’anno successivo Mister Andreolli centra l’impresa e vince il campionato di Terza Categoria dominando in lungo e in largo.
Ma il vero trionfo deve ancora arrivare. Sotto gli occhi lucidi della dirigenza al completo gli azzurri si prendono per la prima volta nella loro storia la Prima Categoria.
Le prestazioni offerte sono soddisfacenti e non è un caso che i primi complimenti che arrivano sono quelli del presidente dell’Antoniana Giuseppe Avanzini che si dice soddisfatto di avere un’altra squadra bustese nel girone.
Il doppio salto di categoria viene celebrato dai quotidiani locali come un’impresa straordinaria tanto che la Prealpina scriveva «I ragazzi dell’Ardor giocano per fare sport senza i soliti paraventi e mezzucci dei rimborsi spese».
Gli anni ’70 si presentano di fronte alla società di via Bergamo nel migliore dei modi, con una figura appassionata e sincera che si appresta a diventare una leggenda della storia dell’Ardor e di tutta busto: Nello Andreolli.

ANNI ’70
Le rivoluzioni del calcio non turbarono la quiete di una società che aveva ormai saldamente le radici. Dopo cinque anni saldamente in Prima Categoria, arriva la prima, amara retrocessione della storia. Nulla di grave tuttavia: la società è in salute e si stringe subito in cerchio ai suoi atleti che, per motivi anagrafici, non erano più gli eroi della fondazione ma conservavano il loro estro, la grinta e la voglia.
Oltre a Nello Andreolli un enorme lavoro viene svolto dal suo fratello Italo (che verrà poi definito “la coscienza dell’Ardor” per via del suo temperamento pacato e riflessivo) Tullio Lamperti e Giampaolo Busi, che grazie alla loro competenza rafforzano le fondamenta di una società sana: il settore giovanile. Risultati alterni, ma sempre soddisfacenti arrivano appunto dalle nuove leve. Alcuni ragazzi cresciuti nell’Ardor si affacciano nel calcio che conta, altri vanno a costruire l’ossatura delle future prime squadre.
Una nota particolare in questi anni lo merita il primo derby contro i cugini dell’Antoniana, terminato 2 a 1 per i fratini, con marcature di Ceriotti, Brumana e Magni su rigore per gli azzurri, disputato in un clima correttissimo nonostante le tante attese e tensioni del pre-partita. Il match di ritorno permetterà all’Ardor di raggranellare un punto prezioso per assicurarsi la salvezza, con reti del solito Brumana e Maffoni.  L’Antoniana rimaneva il cugino più grande, più bello e bravo, ma la società di via Bergamo si sarebbe presto tolta qualche soddisfazione.
La stagione ’71-’72 è l’anno del primo torneo notturno in memoria del cav. Luigi Anndreolli, ma anche delle prime sfide con la Borsanese, entrambe perse. I paesani, giocano un gioco più atletico e moderno che piega gli azzurri, più legati all’estetica e al giro-palla.
Le due stagioni successive vedono l’Ardor raggiungere la salvezza senza grandi acuti, anche se nell’estate ’73 il calciomercato è scoppiettante, tanto da far pensare e sognare in grande. La Prealpina titola “Frontini, Olgiati e Oliva per un’Ardor da Promozione”. Il torneo si chiuderà però solo con un ottavo posto deludente e qualche amarezza da parte di Andreolli.
Dopo il campionato ’74-’75, chiuso a pari punti con i nemici-amici dell’Antoniana, l’anno successivo arriva la doccia fredda della retrocessione.
Dopo un anno di limbo, con uno scialbo ottavo posto, reso più dolce solo dal piazzamento delle altre bustocche, tutte alle spalle degli azzurri, la FIGC procede a una ristrutturazione della lega, di cui anche l’Ardor beneficia, ritrovandosi inaspettatamente in Prima Categoria l’anno successivo.
Gli anni ’70 si concludono con un’immediata retrocessione che costringerà la formazione di Sant’Edoardo alla Seconda Categoria per ben sette anni consecutivi, quando finalmente arriverà la riscossa.
Il settore giovanile, nelle categoria di Allievi e Giovanissimi, si conquista in questi anni sul campo numerosi successi, tanto da diventare secondo solo a quello della più blasonata Pro Patria.

ANNI ‘80
Regan, la crisi internazionale fra Iran e USA, Craxi, Margaret Thatcher, Nelson Mandela, i funerali di Berlinguer, la caduta del Muro: gli anni’80 scorrono lenti, ma inesorabili e per l’Ardor coincidono con la rinascita e la consacrazione a realtà sportiva di tutto rispetto.
Nel 1982-83 i ragazzi della prima squadra, con il solito Nello Andreolli al timone, allenatore ormai “da una vita”, arrivano secondi, ma per via di un ripescaggio (conquistato anche grazie agli ottimi piazzamenti in Coppa Disciplina negli ultimi anni) tornano in 1° Categoria, e ci restano per diverse annate.
Non è un caso che il segretario Sergio Pirotta commenti così quelle stagioni:

«Furono annate incredibili, disputate in categorie che solo a chi non ha vissuto in quei periodi possono sembrare di basso livello. Invece sfidavamo squadroni forti e prestigiosi e la cosa più bella è che questi furono i campionati forse vissuti più intensamente da tutti. Un pensiero particolare, più in generale, va alla capacità di restare compatta mostrata più volte dalla società. Per molti, come me, l’Ardor è una seconda casa».
L’Ardor di fine decennio schiera giocatori che poi diventeranno bandiere: tra i pali il giovane Alessandro Zerboni, il bomber Antonio Moneta, ma anche il siciliano Gaetano Baglio, Agostino Marino, Gigi Tosi, Fabio Rimoldi, Davide Crespi, Alberto Brancaglion, Massimo Baldo, Luca Condorelli.
I campionati ‘88-‘89 e ‘89-‘90 sono dei test per capire quanto in grande è possibile sognare. Di questi anni si ricordano ai sinaghini del CAS all’ultima giornata e un quarto posto conquistato a suon di reti. Quell’anno Andreolli rileva la società da Angelo Borri (che rimane presidente onorario), sconfiggendo forse, in quel momento, la scaramanzia. Quando nell’estate del ’90 viene consegnata nelle mani di mister Ferrario la gestione del team nell’aria si respira già profumo di impresa.

ANNI ‘90
Picchia il sole forte, ma la testa è sgombra e libera da pensieri. Durante il riscaldamento ci sono tutti i protagonisti della stagione che sta per concludersi. A guidare le fila della squadra c’è Dario Colombo, unico forse a voler vincere anche quell’ennesima partita, anche se non serve, anche se il miracolo è già stato fatto. Dario è un tipo tosto, burbero, che ama stare sulle sue. Cresciuto a pane, calcio e recuperi in scivolata, ha una capacità polmonare pari alla superficie del vecchio Continente. I ragazzini dell’oratorio lo guardano con invidia; è uno che non molla mai. Dietro di lui Aspesi, Torretta, Castiglioni, Coco, Vincenti, Giannuzzi, Gallazzi, Moneta, Marino, Condorelli, Crespi, Baglio. Gli avversari sono il Turate, che ha un disperato bisogno di vincere per assicurarsi la promozione, stroncando i rivali diretti della Poglianese. In campo sono assatanati e riescono a domare l’Ardor con un gol di scarto. Ma poco conta per i padroni di casa, che al triplice fischio possono scatenarsi nei festeggiamenti. Gli azzurri ottengono sul campo, con un meritato quarto posto a pari merito con i cugini di Sacconago, una storica promozione in Promozione.
Le lacrime di Borri sono il degno contorno a una festa che non accenna a cessare. Angelo ne ha viste di tutti colori in più di trent’anni, dalle trasferte in bicicletta ai campionati zonali, dai campacci di periferia alle liti negli spogliatoio quando la scalata intrapresa sembrava davvero troppo ripida per essere portata a termine.
–    «Quello che abbiamo fatto oggi viene da molto lontano. Ora non ci resta che continuare a far conoscere il nome dell’Ardor su altri campi, e con lui il nostro stile»
–    «Sì, hai ragione Angelo, e anche se non potremo giocare in via Bergamo l’anno prossimo, il cuore dell’Ardor batterà sempre qui, in sede, sul rettangolo da gioco, negli spogliatoio, in Chiesa»
A rispondere così a Borri è Giorgio Mutinelli, un altro grande sognatore che prenderà in mano il timone della società negli anni a venire, che ora non c’è più, ma è come se fosse sempre lì, seduto sulla panchina di ferro di fronte agli spogliatoi, con le mani sulle ginocchia, tremanti di passione e paura, non certo per la stanchezza.
La tribuna dello stadio Speroni è gremita. E’ la sesta partita di campionato, dopo il pareggio all’esordio contro il Malnate e i primi match casalinghi disputati a Solbiate.  Ci sono più meno tutti: fidanzate, mogli, genitori, figli, amici, nipoti, semplici curiosi. L’Ardor sta per scendere in campo. Il picco più alto della storia è stato toccato: il campionato di Promozione.
La Promozione è un campionato complesso e l’Ardor si attrezza per riuscire al meglio, ma non può garantirsi la certezza assoluta di rimanerci per qualche anno: le variabili sono moltissime, così come le incertezze.
Gualdoni, Torretta, Colombo, Brancaglion, Gallazzi, Giannuzzi, Crespi, Coco, Moneta, Baglio, Marino. Mister Meraviglia scruta i suoi durante l’ingresso in campo; sembrano decisi, sembrano convinti di poter fare qualcosa di grande. E infatti è così: per tre stagioni i ragazzi di Sant’Edoardo fanno concorrenza alla Pro Patria e si aggiudicano il titolo di seconda miglior squadra di Busto, se non altro per il gioco frizzante espresso. Le difficoltà non mancano certo, trasferte lontane, diverse dal solito, la gestione di uno spogliatoio che inevitabilmente è più vicino al professionismo che al dilettantismo, l’agonismo messo in campo, ma le soddisfazioni sono molte, moltissime. Non è un caso che l’Ardor saluta la categoria con una vittoria, contro la Ternatese, nella primavera 1994. E’ il giovane Elia a mettere il sigillo su un amaro, ma al contempo sereno ritorno in Prima Categoria. Gli azzurri, la dirigenza, il quartiere e tutti i tifosi tornano a rendersi conto di una cosa: vincere è importante, ma non è davvero l’unica cosa che conta.
La stagione successiva la squadra è affidata a un giovane Massimo Ciapparella, che negli anni 2000 sarà protagonista di un combattutissimo play off per tornare in Seconda Categoria. Massimo è un uomo riservato e silenzioso, ma ha nella testa il calcio moderno e dinamico degli anni ’90. L’annata procede dignitosamente, con una salvezza quasi mai messa in discussione, ma il 12 gennaio arriva una terribile notizia: Italo Andreolli è morto, e con lui un bel pezzo di passione azzurra.
Dopo altre due stagioni soddisfacenti, grazie alle reti di Moneta e Crespi, a Giorgio Mutinelli viene consegnata la presidenza della società.
Ma dopo altri campionati vissuti sul filo del rasoio da Mister Roberto Cavigioli, che aveva preso il posto di Ciapparella, arriva l’amarezza: alle porte del nuovo millennio l’Ardor retrocede in Seconda Categoria senza essere forse mai scesa in campo davvero in quella stagione. “Tutti i fasti portano sempre a delle grandi crisi”, è questo quello che si ripete Giorgio Mutinelli e si opera subito per far ripartire la squadra, che intanto è tornata a disputare le partite in via Bergamo (l’anno precedente aveva giocato a Sacconago), affidando la panca a Mister Caccia.

ANNI 2000
Gli anni 2000 sono anni strani per l’Ardor che galleggia per un po’ in Seconda Categoria, fino a incappare in una amara retrocessione al termine del campionato 2006/2007 dopo uno spareggio delicato contro il Fagnano. L’Ardor è sprofondata di nuovo in basso, ma le buone notizie dal settore giovanile e il rinnovato entusiasmo portato dall’avvento di Alessandro Zerboni alla presidenza mantiene alta la voglia di fare bene e permette di fare programmazione Il purgatorio dell’ultima serie dei campionati federali tuttavia dura più del previsto, anche se la squadra di Mister Ciapparella prova a più riprese a centrare la vittoria del campionato. I tentativi di svecchiamento della rosa hanno successi alterni. Negli anni arrivano in via Bergamo giocatori molto promettenti, come Emanuele Schipani, Simone Rabbolini e Giovanni Marciano, ma non sempre arrivano i risultati. Almeno fino alla stagione 2011-2012. Dopo la gestione di mister Ramponi la squadra viene affidata a un tecnico esperto, Enrico Mona: lo scopo è chiaro a tutti, vincere il campionato. La campagna acquisti parla chiaro: Andrea Foresti, Alessandro Fazio, Raimondo Scalisi, Domenico Schipani, Reynaldo Santander, Roberto Paglione, sono abituati a macinare punti e entrano per la prima volta negli spogliatoi di via Bergamo per continuare a farlo. La squadra di quell’anno è dotata di un attacco esplosivo: Tarlazzi e Marciano sono l’incubo delle difese avversarie, Rabbolini è un fulmine sulla fascia, la difesa è esperta e sicura, i giovani come Bellotti e Nicolini garantiscono sempre ottime formazioni. Il campionato finisce con l’Ardor al secondo posto, che garantisce una finale playoff al cardiopalma: finisce 5-3 con Palumbo e Schipani protagonisti. Al fischio finale esplode la festa: finalmente gli azzurri si tolgono la polvere di dosso e tornano in Seconda. Nell’estate arriveranno Stefanuto (promosso dalla Juniores), Vendemiati, Della Bella, Visentini, Nuzzo e Manfredi.

PRIMAVERA 2013
L’annata è stata fantastica. L’obiettivo stagionale a dicembre era già archiviato, dopo anni di purgatorio in terza categoria la salvezza in seconda era stata centrata. Da quel momento in avanti si era solo trattato di gettare il cuore oltre l’ostacolo, divertirsi e sognare in grande. E così era stato. La squadra guidata da Enrico Mona e capitanata da Andrea Foresti ha travolto ogni pronostico e chiuso al quarto posto, centrando un’inimmaginabile qualificazione ai play-off.

Al ritrovo al campo due ore prima del match ci sono tutti, ovviamente. Sono seduti sulle panchine di ferro davanti agli spogliatoi, quelle panchine su cui amava sedersi Giorgio Mutinelli perché “avevano un’ottima vista sull’area di rigore”. Sebbene molti di loro abbiano già vissuto e giocato partite ben più importanti sono tutti molto tesi e nei loro occhi brilla un po’ di speranza.
Dopo tanti anni l’Ardor torna a confrontarsi con l’idea di disputare un campionato di Prima Categoria e lo fa con la leggerezza e il gusto di chi gioca per divertirsi, senza ansie e patemi del caso. Il gruppo, costruito sapientemente, confermando i pilastri della promozione dell’anno precedente e aggiungendo solo qualche tassello esperto e prezioso, ha infilato un filotto di risultati utili che hanno fatto sognare un po’ tutti. Negli occhi di Tino Fodrini e Giorgio Mutinelli brillano i vecchi fasti. C’è chi giuro di aver sentito qualcuno sollevare in segreteria il problema campo: “Forse per la Prima è troppo piccolo”.
Il quartiere è in fibrillazione. Di nuovo.
L’avversario è l’Arsaghese, che in campionato si è posizionata davanti in classifica e un po’ di paura la fa, ma poco conta.
Riscaldamento, chiama, fischio di inizio.
L’Ardor questa partita la perde, per 3-1. Sprecando qualcosa nel primo tempo e portandosi qualche rimpianto nello spogliatoio, ma non importa.
Non importa perché vincere è importante in ogni categoria, ma è l’unica cosa che conta solo in Serie A.
Non importa perché una storia di vittorie non è una storia, ma un semplice elenco di date e trofei.
Non importa perché ciò che veramente costituisce le basi di un progetto saldo e lanciato verso il futuro sono, paradossalmente, le sconfitte.
Non importa perché l’Ardor è una famiglia, e in tutte le famiglie basta esserci, stringersi forte e darsi una mano. E in questo l’Ardor è da Serie A.

OGGI
L’Ardor attualmente milita in Terza Categoria, dopo quattro stagioni è retrocessa, perdendo, nel maggio 2017, i play out contro il Bienate Magnago dopo una stagione che l’ha vista lottare contro i problemi dati da una rosa decimata in partenza.
Il settore giovanile sta diventando il fiero all’occhiello della società collezionando ottime prestazioni e partecipazioni a tornei nazionali.
Angelo, Nello, Italo, Tino e Giorgio la guardano da lassù e continuare a tifare.
Questa breve storia è stata scritta con una preparazione storiografica scarsa, ma un affetto sincero e smisurato da chi quei colori li ha vestiti per 6 meravigliose stagioni, fatte di qualche bellissimo successo con una Juniores folle e imprevedibile, di brucianti sconfitte, una serie inestimabile di panchine e qualche battaglia vinta con il coltello tra i denti, un cartellino giallo sulla testa e il cuore pulsante.
Viva le promozioni, i derby vinti, i consigli del mio capitano Foresti, la grinta di Enrico.
La mia è solo un frammento di storia di questa società, ma è un frammento meraviglioso.

A Tino, Giorgio e Tullio, senza di loro tutto questo non sarebbe stato possibile.